ROBERT PLANT: la recensione di “Carry Fire” (2017)

NOME

Robert Plant

GENERE

Rock/Folk/Blues/Country

ESORDIO

Picture At Eleven (1982)

ULTIMO ALBUM

Carry Fire (2017)

COPERTINA

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ELENCO CANZONI

The May Queen
New World…
Season’s Song
Dance With You Tonight
Carving up the World Again… A Wall and Not a Fence
A Way With Words
Carry Fire
Bones Of Saints
Keep It Hid
Bluebirds Over The Mountain (feat. Chrissie Hynde)
Heaven Sent

VIDEO/SINGOLI DALL’ALBUM

 


PUNTO DI VISTA

Robert Plant negli ultimi dieci anni ha deciso che i jeans a vita bassa gli stavano troppo attillati, che al massimo c’era ancora posto per i gilet di pelle a frange e per gli stivali col tacco alto, ma comunque bisognava lasciar spazio ad una tonaca sotto lo spacco che rimandasse al suo processo di ascesa e catarsi. L’uomo prima ancora che la voce iconica infatti, ha scelto di deviare dal sentiero dell’hard rock ed heavy, si è scostato da quel passato così osannato e riverito, per contemplare le nuove sfide di genere di fronte a un panorama completamente inesplorato e sconfinato. Aprendo la mente e lo sguardo ad orizzonti bluegrass e traditional folk che gli americani definirebbero Appalachian music, ovvero quel genere di musica proveniente dalla regione orientale degli Stati Uniti con influenze country ed acoustic. Pur essendo di un autore britannico che stiamo parlando.

Ed è così che nasce e si sviluppa Carry Fire, undicesima fatica solista della Greatest voice in the rock: come una composizione finemente intrecciata di musica popolare, celtica, blues e world music, ma con un tratto cinematografico da road film.

Ed è anche così, volendo, che vi consiglieremmo di ascoltarlo: a bordo di un’auto che vi trasporta per un viaggio lungo e pieno di ampi spazi, di vedute imponenti.. così come a occhi chiusi, sul letto di casa vostra, lasciando lavorare la mente. A voi la scelta.

Carry Fire è un luogo dell’anima più che un disco, e all’interno di questo luogo fatto di sussurri esistenziali e di delicate texture musicali ci sono lezioni sulla vita e sull’amore. È l’opera di un artista maturo che a 69 anni non è più incline a voler riscuotere il favore del pubblico coi successi del passato.

Un disco dai tratti spirituali e monastici, con strane connotazioni alla Talking Heads (si accompagnerebbe molto bene alla colonna sonora di This Must Be The Place, se si considerasse il cinema come una rapsodia) e sporcature di Cure e Jesus And Mary Chain, ma con un’ossatura orientaleggiante che parla talora di attaccatura alla terra e alla visceralità della vita, talora di impermanenza buddhista, di meditazione ed ascetismo. Gli incipit di The May Queen e A Way With Words appaiono come la nervatura di pensieri di un uomo che riflette, profondamente e in senso lievemente romantico sotto le volte celesti, sul ciclo della vita e della morte. Gli intricati poliritmi di musica medio orientale e indiana fanno nascere ispirate sfumature di intro persiani come quelli dell’eponimo Carry Fire, ma Plant e suoi collaboratori creano anche una musica che trabocca di una forza vitale irrefrenabile, pur prosperando di tenerezza ed evocatività soffusa.

Bluebirds Mountain è poi un inno al glam rock, alle sonorità beatlesiane ed alla new wave, con un involucro progressive folk che farebbe impazzire un redneck della Louisiana.

Brani invece come Heaven Sent potrebbero sposarsi perfettamente con Dead Man di Jim Jarmush, e ricordarci che la strada che costeggia il paradiso potrebbe apparire come un deserto increspato di miraggi asciutti e gothic rock gocciolante, quello stesso genere che ha reso Nick Cave un artista dell’illusione e dell’eleganza.

Insomma qualunque sia la strada che volete percorrere, Carry Fire è un viatico che potrebbe alleggerire di molto il peso sulle vostre spalle, sia che siate più propensi al vigore emanato da un paio di jeans attillati, o alla comodità suggerita da una semplice tunica non modellata.

VOTO: 8

Gianluca Ricotta

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