Revelè: «Con il mare dentro. La solitudine? Una stanza da cui guardo il mondo»

Revelè - Foto di Matteo Delle Colli
Revelè – Foto di Matteo Delle Colli

“‘O Mar ‘O Mar” è il brano d’esordio del cantautore partenopeo Revelè, nato dalla nostalgia e dal bisogno profondo di tornare a casa, quella vera, che profuma di mare, silenzio e memoria. Scritto dal cantautore, vero nome Giuseppe Cacciapuoti, in un momento di lontananza fisica ed emotiva dalla sua terra, il brano è un dialogo intimo con il mare di Napoli, che si fa simbolo dell’origine, del ritorno e di un legame indissolubile con ciò che lo ha formato

“La mia infanzia si è divisa tra Melito e il confine con Scampia – racconta Revelè – Mio padre si è ammalato di cancro quando avevo appena due anni, e se n’è andato quando ne avevo nove. Quegli anni sono stati un limbo fatto di silenzi, domande senza risposte e attese sospese. A tredici anni, dopo essermi trasferito a Bergamo, ho iniziato a scrivere per restare a galla, per dare voce alla balbuzie, al vuoto, alla nostalgia”.

“‘O mar, ‘o mar” è stato scritto in un momento di lontananza dal mare. Puoi raccontarci quando e come è nato il brano?
“’O Mar ‘O Mar” è nato in uno di quei momenti in cui senti che tutto si muove tranne te. Ero lontano, fisicamente e interiormente. Il mare lo avevo solo dentro, come un ricordo che preme per uscire.Non è nato in un giorno preciso, è cresciuto a ondate… Come se mi parlasse, a distanza. Lo portavo con me da tempo, come una preghiera sussurrata tra i denti, e a un certo punto ho capito che andava cantata. Per non restare chiusa nel petto, per tornare a galla.

Ora dove vivi? Senti ancora la solitudine?
Ora vivo a Roma. Pochi anni fa a Bergamo. La solitudine non è mai andata via davvero. A volte la tengo per mano, altre mi prende alle spalle. Bergamo è stata una ferita. Qui ho imparato a fare silenzio e ad ascoltarmi, anche quando non volevo sentirmi. La solitudine oggi è meno un buco nero e più una stanza dove posso entrare, scrivere, e tornare a guardare il mondo. Ma sì, a volte pesa. Anche se forse fa parte del mio modo di stare al mondo.

C’è una cosa specifica che ti manca più di tutte della tua Napoli?
La voce delle persone. A Napoli anche il silenzio ha un suono, un tono, un profumo. Mi manca quella sensazione che anche se non conosci nessuno, qualcuno ti chiama “amò”. E mi manca il mare che ti aspetta ogni giorno, che non ti chiede niente ma ti riconosce. Napoli non è una sola cosa, è una madre che ti abbraccia anche quando sei sporco, stanco, stonato.

Tra le tue ispirazioni ci sono Pino Daniele e Mango. Ma c’è qualche nuovo artista che apprezzi e ascolti?
Sì, ascolto Mahmood, perché ha portato la scrittura in un luogo nuovo, viscerale e contemporaneo. Amo Stromae per come gioca con i suoni e le immagini. E Lewis Capaldi, per il suo modo istintivo di sporcarsi con la voce e con le parole. Ma più che nomi, mi affascinano le verità. Quelle nude. Quelle che tremano mentre le canti.

Com’è il tuo rapporto con i social?
I social per me sono come un diario lasciato sul tavolo: chi vuole lo apre, ma non ci troverà mai tutto. Cerco di restare vero, ma anche di proteggere qualcosa. Perché la verità ha bisogno di tempo, di cura. Non amo l’estetica perfetta a tutti i costi, mi piacciono le crepe. Però non racconto tutto: alcune cose devono restare nella voce, non nei post.

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