
Sono passati 11 anni dall’esordio del 2008 “Antidotes” in una una giovane band cercava di ricavare un piccolo posto nell’indie-rock europeo, oggi i Foals sono tra gli unici superstiti di quel genere che ha visto nei primi anni ’00 Libertines e Franz Ferdinand come esponenti di spicco. Un anno, il 2008, in cui tra i migliori dischi dell’anno venivano premiati Fleet Foxes, Glasvegas, Kings Of Leon e Coldplay riducendo al minimo la quota pop per una verve sempre piรน brit. Nel 2019 tra hip hop, trap e qualche punta di pop i Foals hanno cercato di tenersi a galla come meglio potevano. Non capendo che il nuovo “Everything Not Saved Will Be Lost – Part 1” รจ un piccolo grande capolavoro candidato ad essere uno dei lavori piรน belli del 2019.
La carta d’identitร dice Oxford (come i Radiohead) ma il sound รจ di tanti, tantissimi e diversi luoghi: Manila, Barcellona, New York, Tokyo, Marrakech. Quella che i Foals porteranno sul palco del Fabrique di Milano il 16 maggio non รจ (solo) world music ma un mix di avventure e strumenti musicali itineranti per tutte le cittร piรน popolose del mondo. “Everything Not Saved Will Be Lost – Part 1” ha un sound che riparte da una territorialitร prettamente inglese (riff di chitarra e modalitร di canto) per espandersi negli amplificatori di tutto il globo con atmosfere arabeggianti, indiane, greche in cui ogni tanto fanno capolino la house music (“In Degrees”) e gli anni ’80, quelli dei Cure per intenderci. E poi atmosfere da iper-spazio.

Il meltin pot sound dei Foals prende spunto da “Graceland”, capolavoro di Paul Simon del 1986, da “Disintegration” dei The Cure e dai riff di chitarra di John Frusciante. E da molto, moltissimo altro ancora.
