Santoianni «L’amore è l’unica forza che rimane oltre le rovine»

Santoianni è tornato con il nuovo album “SUONATUTTOMALE”, un racconto lucido e umano delle contraddizioni del nostro tempo. Attraverso nove tracce prodotte da Ale Bavo, il cantautore milanese osserva il mondo dalla sua finestra, descrivendo una realtà in cui i problemi non si risolvono, ma vengono assorbiti nella routine quotidiana. In questo scenario fragile e spesso disorientante, l’unico punto fermo resta l’amore, inteso non come ideale astratto ma come gesto concreto e quotidiano capace di preservare la nostra autenticità.

Il progetto, che consolida il percorso di un artista già vincitore dei premi Bindi e De André 2024, non si limita alla dimensione discografica ma si espande sul territorio con una doppia attività dal vivo. Da un lato, il tour “SUONATUTTOLIVE” nei club e nei principali spazi culturali italiani a partire dal 1 febbraio; dall’altro, l’innovativo tour universitario “SUONATUTTOUGUALE”, in cui l’artista si confronterà direttamente con gli studenti di comunicazione e music business.

In “SUONATUTTOMALE” descrive una realtà in cui i problemi non si risolvono, ma vengono assorbiti nel quotidiano. Pensa che questa “normalizzazione del disastro” sia una forma di rassegnazione o una nuova strategia di sopravvivenza?
Credo ci sia dietro qualcosa di più complesso che spinge le persone nel tempo a non cercare di affrontare le contraddizioni ma ad aggirarle per evitare di rimanere intrappolati nel meccanismo. È probabilmente molto più vicino a un tentativo di sopravvivere che a una rassegnazione.

Ha dichiarato che in questo disco si considera parte di un’orchestra che “suona tutto male”. È stato difficile rinunciare al ruolo di osservatore esterno per ammettere di essere immerso nelle stesse contraddizioni che racconti?
In realtà questa consapevolezza è stata la scintilla che mi ha fatto capire che era il momento giusto per sedermi con uno strumento in mano per cercare di capire finalmente il mio ruolo nel mondo. Non è stato così difficile prendere atto di essere semplicemente uno dei tanti. Mi fa molta più paura l’idea di riascoltare una mia canzone e di rendermi conto di essermi messo in una posizione più alta rispetto al resto delle persone. A me piace stare nella mischia, mi serve per raccontare la realtà e anche per capire veramente chi sono. So di essere parte del problema e per questo penso di potermi prendere la responsabilità di parlarne.

Nel racconto di un mondo fragile e disorientato, l’amore appare come l’unico gesto concreto e autentico. È davvero l’ultimo spazio rimasto che non è stato ancora contaminato?
Io sono convinto di sì. Lo è per me quindi credo possa esserlo per tutti. Le relazioni tra persone, qualunque esse siano, che hanno alla base l’amore sono l’unica possibilità di costruire qualcosa che riesca a sopravvivere anche tra le rovine. È qualcosa che si può coltivare con poco e che può dal nulla diventare tutto. Per questo ci credo profondamente e custodisco con cura questo mio spazio di fiducia.

Insieme al tour nei club porterai avanti anche il tour “SUONATUTTOUGUALE”, una serie di incontri con gli studenti universitari di music business e comunicazione. Qual è il messaggio più importante che senti di dover trasmettere a chi vuole lavorare nella musica oggi?
Lo scopo che mi sono dato è quello di trasmettere ai ragazzi quanto sia importante cercare di fare le cose in maniera personale, di trovare la voglia di creare sempre nuovi sentieri e di non ascoltare mai chi ti dice “si fa così”. Oggi credo che ci sia tanto traffico nei circuiti già battuti e che il futuro della musica sia non lamentarsi del poco spazio ma crearne di nuovi fuori dal circuito ordinario.

Nel 2024 hai vinto il Premio Bindi e il Premio De André. In che modo questi riconoscimenti prestigiosi hanno influenzato la scrittura e la direzione creativa di questo nuovo album?
Hanno semplicemente confermato che il mio percorso nelle canzoni ha senso di esistere. Quindi non ho fatto altro che portare a casa la bellezza dei riconoscimenti continuando a cercare di scrivere belle canzoni. A volte ci riesco, altre meno. Non hanno avuto incidenza sulla mia direzione creativa in termini stilistici ma sicuramente hanno aggiunto motivazione a un lavoro che nonostante mi venga naturale, a volte sa essere davvero faticoso.

Dalle collaborazioni con Gianni Bella e Ron fino a questo nuovo lavoro. Come si è evoluta la tua identità sonora e quanto c’è ancora del Santoianni autore degli inizi in questo disco?
Visto da fuori direi che è cambiato quasi tutto. L’unica cosa che è rimasta costante è la mia ricerca nella scelta delle parole, che per quanto sembri strano hanno comunque un impatto importante anche sul suono del prodotto finito. L’evoluzione sonora invece ha davvero negli anni scardinato tante delle mie certezze. In questo disco c’è minimalismo, tanta elettronica, voci campionate, l’autotune, tante cose che fino a qualche anno fa difficilmente avrei usato come mezzo per raccontare una storia. Tanto sicuramente incidono i miei ascolti recenti ma anche la libertà che lascio alle persone che coinvolgo nella fase di realizzazione creativa che lascio sempre libere di portare con sé il loro campionario di sfumature e colori. Per me il progetto “Santoianni” non è composto da me che scrivo cose ma da diversi artisti che insieme a me raccontano delle storie. In questo caso è tutto merito di Luca Lanza con cui ho lavorato alla composizione insieme a Molla per alcuni brani e Ale Bavo che ha prodotto l’intero disco.

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