LOSTATOBRADO: «Drammaturghi del suono, Ahimè è il nostro grimaldello della percezione»

A un anno di distanza dall’esordio con “Canzoni contro la ragione”, la band bolognese LOSTATOBRADO è tornata con il nuovo disco “Ahimè”, espressione sonora e immaginifica del desiderio di riuscire a vivere nel qui e ora. E sarà presentato per la prima volta dal vivo in un concerto speciale il 24 gennaio al Locomotiv Club a Bologna.

Otto tracce che disegnano un paesaggio sonoro inquieto ed evocativo, grazie a quella che il gruppo definisce musica elettroacustica post-agricola: un sound che si muove tra elettronica, sperimentazione e cantautorato, attraversato da suggestioni cinematografiche e ricco di campionamenti inediti.

L’uso dell’intelligenza artificiale nel disco è stato “ingenuo e giocherellone”, raccontano Alessio Vanni, Lorenzo Valdesalici e Lorenzo Marra. Il trio ha creato immagini “partendo dalle idee dei brani, e queste ci hanno aiutato con la composizione. L’utilizzo di strumenti antichi e rurali, per noi non sono in contrapposizione con la modernità tecnologica”. Anche se in un’epoca di tecnologie come questa, “è particolarmente difficile essere umanisti, noi ci proviamo”.

“Ahimè” è un’esclamazione di rassegnazione, ma anche il titolo di un film del 1983 realizzato con pazienti psichiatrici. Perché proprio questa parola? È un grido di resa o una presa di coscienza necessaria per vivere nel presente?
Ahimè è una formula magica. Un suono prima di un significato. Una lamentela, un’invocazione. Una parola la cui “maschera” da parola è più evidente di altre. Il linguaggio è un trucco, un fatto fonetico e acustico a cui abbiamo assegnato un significato. Decostruito questo concetto la realtà traballa. La parola ahimè, è un grimaldello per scassinare la percezione.

La copertina richiama il Maggio Drammatico dell’Appennino Tosco-Emiliano. In un’epoca dominata dal digitale e dall’istantaneo, cosa vi ha spinto a cercare risposte in quella forma di teatro popolare?
Il teatro popolare del Maggio Drammatico, nella definizione di Fabio Gaccioli, è in realtà PreDrammatico. Lo spazio di scena non è sacro, infatti il pubblico mangia e beve, gli attori non sono professionisti, gli effetti speciali men che meno. In questo rito popolare però si trovano le storie del mondo. Amore, guerra e pace. I cattivi, i buoni, i cattivi mascherati da buoni. Che ci troviamo nell’epoca digitale, durante la rivoluzione industriale, nell’epoca della società liquida o durante la mezzadria, le storie e le maschere sono sempre le stesse.

Affermate che questo disco “prova a parlare di tutto, ma non parla di niente”. L’album sembra avere una struttura circolare: dalla disperazione di “Tane” alla reincarnazione naturale di “Cusna”. Volete forse dire che il dolore e la fine sono solo fasi di un ciclo più grande in cui l’importante è solo “esserci”?
Credo che nessuno di noi volesse dire nulla. Della struttura circolare ce ne siamo accorti in un pomeriggio di particolare eccitazione. Da lì abbiamo capito il senso del disco. L’importante è abbandonarsi più che esserci. Le cose vanno attraversate.

Siete tre sound designer e compositori per il cinema. In che modo la vostra professionalità ha influenzato la scrittura di “Ahimè”?
Il nostro mestiere ci rende molto attenti alla drammaturgia dei suoni. Ogni cosa deve, secondo noi, almeno in questo disco, evocare un’immagine.

C’è stata una traccia in particolare in cui alcuni suoni (come il clacson di una Dacia in Islanda o lo stormo di oche) ha dettato la struttura della composizione?
Alcuni suoni campionati ci hanno particolarmente acceso (come la “cornamusa” fatta con le oche di Chiome). Hanno sbloccato un immaginario sonoro che ancora non era chiarissimo.

Come siete entrati in contatto con l’opera di Sveno Notari, il “poeta muratore”, e quale valore aggiunto dà la sua figura a questo disco?
Abbiamo conosciuto Sveno grazie a Benedetto Valdesalici, che ne ha curato una pubblicazione e a Mara Redeghieri e al suo documentario “al Cusna, le radici del canto”. Uno di noi ha avuto anche il piacere di conoscerlo personalmente. Un giorno è affiorata l’idea di usare la sua voce prima di Pergole, è piaciuta a tutti, era commovente.

A un anno dal vostro esordio, “Ahimè” sembra spingersi molto più in là nella sperimentazione strumentale. In che modo sentite di essere cambiati e dove volete portare il vostro ‘stato brado’ nel prossimo futuro?
Siamo cambiati nel senso che abbiamo capito quanto ancora c’è da studiare. Il nostro stato brado speriamo di portarlo ancora più in profondità nella sperimentazione.

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