
“Stare bene stare male” è il nuovo singolo del cantautore torinese Fase. Nasce dalle notti in cui ti senti perso e da quelle in cui ti senti invincibile e racconta la contraddizione emotiva di chi vive tutto fino in fondo: tra euforia e vuoto, desiderio e nostalgia. Il pezzo esplora la tensione tra amore, rabbia e fragilità, con un linguaggio crudo e immagini forti.
Ma Valerio Urti (vero nome di Fase) non si ferma solo alla musica e da qualche mese a questa parte ha inaugurato il podcast Buonavita, dal nome del suo omonimo singolo e girato nel bar torinese Buonavita, luogo simbolico per l’artista e punto nevralgico del quartiere. Un progetto che unisce musica, riflessione e testimonianze di ospiti speciali, e che cerca di dare voce a chi ogni giorno affronta sfide profonde con coraggio e umanità.

“Stare bene stare male” nasce da quelle notti in cui ti senti perso e da quelle in cui ti senti invincibile. Puoi farci due esempi? Quando è successo l’ultima volta per te?
Perso lo sono stato tante volte. L’ultima è stata davanti al pianoforte, pieno di pensieri su chi non c’è più, su chi mi ha lasciato troppo presto lungo il percorso. Mi sentivo svuotato, come se anche i tasti non avessero più note da darmi. Poco dopo, però, è arrivato il ribaltamento: ho trasformato quell’inquietudine in musica. Scrivere “Stare bene stare male” mi ha fatto sentire invincibile, come se stessi prendendo a pugni il caos e trasformandolo in forza. In quel momento ho capito che la fragilità può diventare la mia arma più potente.
Secondo te qual è la tua più grande contraddizione?
La mia più grande contraddizione è che riesco a dare il meglio di me proprio nei momenti peggiori. Quando cado, scrivo le cose più vere. Quando sto bene, invece, cerco già la crepa da cui far passare un’emozione. È il paradosso di chi fa musica: vivi sempre sospeso tra due estremi che si annullano e si alimentano a vicenda. Non so se sia un dono o una condanna, ma è la mia verità artistica.
Parliamo del podcast. Cosa rappresenta il bar Buona Vita per te e perché lo hai scelto come luogo di registrazione per il podcast?
Il Bar Buona Vita non è solo un bar, è un simbolo. È quel posto dove incontri amici, scambi due parole con sconosciuti e ti senti parte di qualcosa. È il luogo della leggerezza e della condivisione, ma anche delle confidenze e delle storie che restano impresse. Registrare lì significava immergere il podcast in un’atmosfera reale, concreta, dove la “buona vita” non è un concetto astratto ma qualcosa che si respira tra un caffè e una risata.
Come nasce l’idea del podcast? E che tipologia di podcast ascolti di solito?
L’idea del podcast nasce dal desiderio di creare un luogo di confronto vero, libero dalle sovrastrutture. Volevo un format che andasse oltre la musica e mostrasse la vita quotidiana, le sue sfumature, i suoi contrasti. Io stesso ascolto podcast che uniscono esperienze personali, musica e riflessioni: mi affascina quando una voce ti accompagna e ti fa sentire parte di un racconto. Il mio obiettivo era proprio questo: dare vita a uno spazio dove ognuno possa portare la propria “buona vita”, con tutto ciò che di bello e complicato significa.
C’è un ospite in particolare che vorresti?
Non c’è un nome solo, perché la mia idea è dare voce a mondi diversi. Vorrei ospitare artisti in ogni forma, musicisti e pittori, ma anche politici, artigiani, persone comuni che hanno una storia da raccontare. Per me la “buona vita” è proprio questo: uno scambio continuo, fatto di prospettive differenti che però hanno tutte un nucleo di verità. Ognuno, con la sua esperienza, può insegnare qualcosa e lasciare un segno.
Ma qual è, in generale, il tuo concetto di “buona vita”?
Per me una buona vita è fatta di momenti autentici. Non è una vita perfetta, ma una vita piena: di musica, di legami veri, di difficoltà che diventano insegnamenti. È un equilibrio fragile tra gioia e dolore, tra feste e silenzi. È la capacità di riconoscere la bellezza nelle piccole cose: una canzone cantata insieme, una passeggiata al tramonto, una chiacchiera che ti resta dentro. Una buona vita è vivere davvero, non solo sopravvivere.
Cosa bolle in pentola per il futuro?
Sto lavorando a nuove canzoni che faranno parte del mio primo album. Dopo “Buona Vita” e “Stare bene stare male” ci saranno altri singoli che porteranno avanti questo percorso, raccontando notti vissute fino in fondo, relazioni, sogni e cadute. La mia musica vuole essere colonna sonora di chi si riconosce in questo dualismo: la leggerezza e la fatica, l’euforia e il vuoto. Ogni brano è un tassello di quella che per me è la ricerca continua di una buona vita, e non vedo l’ora di condividerla con chi mi ascolta.
