Marco Amoroso: «Ho scoperto come dare forma alle mie nuove consapevolezze»

Con il suo nuovo EP “Bar Amoroso”, il cantautore siciliano Marco Amoroso trasforma il bar in uno spazio metafisico e intimo, dove emozioni e riflessioni si incontrano. È proprio qui, luogo di vita dell’artista e attività di famiglia, che prende vita la sua musica. “Il bar per me è un luogo di passaggio e di incontri, ma anche di solitudini – racconta – un piccolo mondo dove puoi essere te stesso senza filtri, dove si mescolano le storie, le attese e i sogni di chi ci passa. E con questo lavoro ho voluto omaggiarlo”.

L’EP si apre con “Vantablack”, metafora di un’oscurità emotiva da cui riemergere per accogliere la luce di un sentimento sincero. Segue “Via del Guasto”, un racconto lucido e malinconico sulle fragilità e le resistenze delle relazioni. Con “Epinefrina”, Marco Amoroso cattura il brivido di un ricordo che riaffiora all’improvviso. L’EP si chiude con “Vent’anni”, un inno alla giovinezza, alla scoperta, alla paura e all’entusiasmo di chi sente il mondo vibrare sotto i propri passi.

“Bar Amoroso” è un punto di arrivo o l’inizio di una nuova fase del tuo percorso artistico?
La risposta sarà banale ma è entrambe le cose. La realizzazione di qualcosa è sempre un traguardo e ci sono stati momenti in passato dove anche solo un breve EP sembrava qualcosa di irraggiungibile. Oggi grazie a Bar Amoroso ho imparato moltissimo su di me, su cosa voglio fare e su come molto cose vanno fatte quindi è il momento di mettere in pratica queste nuove consapevolezze e dare vita a qualcosa che già esiste ma che non ha ancora trovato la sua forma.

Perché hai scelto proprio queste quattro tracce?
In origine avevo ben chiare le cinque canzoni su cui avrei voluto lavorare. In fase di pre produzione però abbiamo deciso di scartarne una che sembrava un po’ troppo slegata dalle altre, che già differiscono non poco tra loro. Non ne ero molto sicuro all’inizio e lasciare andare qualcosa a cui ti sei affezionato non è mai facile ma col senno di poi è stata la scelta giusta. Chissà se la canzone scartata non vedrà la luce in un secondo momento.

Come sei riuscito a miscelare jazz con pop, rock e indie senza che nessuno di questi generi prendesse il sopravvento?
Ho cercato di lavorare per esclusione, così da non rischiare di fare un minestrone di tutto che alla fine sapesse di niente. Prendendo armonie, melodie, metriche e suoni un po’ da tutto sono riuscito a ottenere un risultato che soddisfacesse.

Dal punto di vista sonoro, qual è il dettaglio che secondo te è più rappresentativo del disco?
È una domanda a cui non saprei rispondere di getto. Ho ascoltato i brani cosi tante volte in fase di produzione che ormai fanno parte di me come il respiro. É una domanda che giro a tutti lettori che, se vogliono, possono dirmi le loro risposte sui miei social, sarà un piacere leggerle e rispondere.

Che ruolo ha avuto la produzione di Salvatore “Toti” Poeta?
Senza Toti non ci sarebbe Bar Amoroso. Il suo contributo è stato fondamentale non solo dal punto di vista degli arrangiamenti e dei suoni, scritti e ricercati con un amore paterno verso le canzoni, ma anche per il sostegno che mi ha dato in tutto quello che orbita intorno alla realizzazione di un disco. Sono cose invisibili ma che spesso si rivelano più importanti delle canzoni stesse ma devono essere rivelate e Toti ha saputo farlo con discrezione. É stato molto naturale lavora assieme.

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