
“Diatomee” è l’album di inediti della cantautrice tarantina Rossana De Pace realizzato con il sostegno del MIC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per chi crea”, è co-prodotto con Taketo Gohara e distribuito da Universal Music Italia. Il progetto prende il titolo dalle microalghe antichissime che, trasportate dal vento dal deserto del Ciad fino all’Amazzonia, rendono possibile la vita in ecosistemi lontanissimi tra loro. Un movimento invisibile ma essenziale, che diventa metafora di interconnessione, cooperazione e comunità.
Il disco, registrato in quattro luoghi diversi (Val Pellice, Lunigiana, Torino e colli parmensi), racconta il valore dell’essere parte di qualcosa di più grande. Attraverso la cattura degli impulsi elettrici delle piante con PlantsPlay, trasformati in bordoni eterei, synth pulsanti e archi vibranti negli arrangiamenti, l’album mette in scena individui che, come particelle in viaggio, si contaminano attraversando luoghi, relazioni ed esperienze diverse.
“Il tema del viaggio attraversa tutto il disco, sia nella sua dimensione fisica – racconta Rossana De Pace – sia in quella interiore, perché canzone dopo canzone decostruisco le eredità ricevute dal mondo. Un po’ come le diatomee, mi sono chiesta quanto il mio agire possa influenzare il mondo e quanto farlo insieme possa fare la differenza. È da lì che è iniziato il processo di scrittura”.

Nel disco utilizza un elemento molto particolare, il PlantsPlay, che cattura gli impulsi elettrici delle piante. Come è nata questa idea?
Lo utilizzavo già da alcuni anni e finalmente ho trovato il modo di introdurlo nelle canzoni. Per me la ricerca sonora, così come quella personale, è una linfa vitale per la creatività.
Le canzoni del disco sembrano raccontare storie di persone che, come le diatomee, viaggiano tra luoghi, esperienze e relazioni. Qual è il messaggio che vuole trasmettere riguardo l’importanza delle connessioni tra esseri umani?
Che la cooperazione è fondamentale per la vita e per costruire il mondo che desideriamo. Anche le diatomee sono invisibili singolarmente, ma quando si concentrano in un punto dell’acqua diventano visibili persino dallo spazio, per quanto brillano. È una metafora perfetta della potenza della collettività.
Ha parlato di un anno “emotivamente intensissimo”, durante il quale ha messo tutto in discussione e ti sei esplorata. Cosa ha sentito di dover abbandonare per crescere?
Tutte le mie convinzioni, tutto ciò che credevo di sapere su di me, ciò che avevo proiettato su me stessa o che gli altri si aspettavano da me: sono diventata un foglio bianco, pieno di possibilità, fragilissima ma pronta a riscrivermi.
Quali brani del disco rispecchiano al meglio la sua evoluzione emotiva e artistica degli ultimi mesi?
Tutti davvero, non c’è neanche un brano ‘riempitivo’. Non mi aspettavo che sarebbe uscito un pezzo come “Rosaria”: quella parte di me che si è rivelata durante una cena con me stessa non la conoscevo e l’ho detestata. Come quando vorresti piangere, ma sei in compagnia della persona più snob che conosci. Fino ad allora trattavo le mie fragilità con antipatia, senza nemmeno accorgermene. Anche “Ci terrà uniti il mare” è la mia prima vera canzone “da sottona”: anche qui si riflette la mia evoluzione emotiva. Ho sempre parlato d’amore da donna che non deve chiedere mai, per una paura enorme di mettermi davvero in gioco. In questo pezzo, invece, mi svelo: ho avuto il coraggio di lasciare andare anche quella parte che Rosaria chiamerebbe “patetica”.
L’album è stato registrato in luoghi diversi tra loro. Come hanno influenzato questi ambienti il suono e l’atmosfera del disco? C’è un luogo specifico che ti ha particolarmente ispirata?
Questi luoghi sono presenti nel disco in maniera completa, sia attraverso i campionamenti dei suoni che ho raccolto sul posto – registrazioni di ambienti, ghiri innamorati a metà luglio, lo scrosciare dei fiumi, il ronzio delle api nelle loro arnie – sia tramite le frequenze delle piante, trasformate in suono con il Plantsplay. Ma sono presenti anche nei contenuti. Ho avuto molti scambi significativi, soprattutto esistenziali, con Nene delle Case di Pietra in Lunigiana, diventata per me come una seconda nonna. Ogni esperienza, però, mi ha influenzato in modo diverso: tutte straordinarie e ciascuna univoca nella propria intensità.
L’album è stato realizzato con il sostegno del MIC e di SIAE. Quanto è stato importante questo supporto per la realizzazione del progetto e per la tua crescita come artista? Come vedi il ruolo di queste istituzioni nel sostenere la musica indipendente?
È stato molto importante per permettere al progetto di rimanere indipendente. Per quanto faticoso gestire un bando e coordinare tutti i partecipanti intorno al progetto, farlo in autonomia ti dà totale libertà artistica: puoi scegliere il tuo team e decidere come utilizzare le risorse. Fondamentale per noi è stata anche la vittoria del Musicante Award – Premio Pino Daniele, che ha contribuito significativamente alla produzione del disco e ha aiutato a creare una rete interessata al progetto. Credo molto in questa modalità di lavoro basata sulle persone, sull’autogestione e sul credere insieme, costruendo dal basso e mettendo in campo anni di esperienza. Lo rifarei senza dubbio… il mio manager forse un po’ meno...

