Angela Baraldi: «Il mestiere dell’artista non si misura con i numeri, ci vuole curiosità»

Angela Baraldi – Foto di Claudia Pajewski

“Sapere che forse non rimarrà traccia dei nostri dialoghi o dei nostri sentimenti mi fa venire un brivido lungo la schiena”. Angela Baraldi, cantautrice e attrice bolognese, racconta così il suo ultimo album “3021”, uscito nel 2025. Un anno dopo, l’artista che negli anni ’80 ha collaborato con Lucio Dalla, Gianni Morandi, Stadio e tanti altri, continua ancora a “ridimensionare una sensazione di immortalità che la tecnologia ci illude di avere”. Ammette di non essere preoccupata di quello che succederà nel futuro ma invece la affascina “il tema shakespeariano che nulla rimarrà”.

Prodotto da Caravan, l’etichetta discografica di Francesco De Gregori, il disco comprende otto brani scritti dalla stessa Baraldi e composti insieme a Federico Fantuz. Tra le ispirazioni ci sono il cosmo e il suo fascino misterioso, le sensazioni e i sentimenti umani. Dal 31 gennaio partirà dal Cinemino Ad Astra di Genova il nuovo tour che toccherà i club di tutta Italia.

Se un archeologo del futuro trovasse un frammento di questo disco, quale brano sceglierebbe per spiegargli chi eravamo?
Sicuramente “3021”. È un brano che proietta domande più che dare risposte. C’è una frase che è il cuore della canzone: “Sarà tanto tempo fa”. È una frase che varrà anche per quelli che verranno dopo di noi. Io, a differenza di molti pessimisti catastrofisti, credo che tra mille anni l’essere umano ci sarà ancora.

Nel disco c’è un brano intitolato “Bellezza dov’è”. È una provocazione o un grido d’aiuto?
È un invito per tutti. Riconoscere la bellezza è una dote che va educata attraverso la cultura. Vivendo in una città come Roma, che ha una bellezza esasperante, ti rendi conto che spesso l’abbiamo sotto gli occhi e non riusciamo a valorizzarla. È un tema universale che abbraccia ogni epoca.

La sua carriera da attrice e quella musicale viaggiano in simbiosi. In brani come “La vestizione” si sente molto la sua capacità interpretativa. Si sente un’interprete che “abita” il testo?
Assolutamente sì. Chi scrive una canzone e sale sul palco rappresenta se stesso, mentre l’attore si cala in un personaggio, ma comunicare un’emozione accomuna entrambi i mestieri. Non vedo il successo nel cinema come un limite, ma come un arricchimento. Mi chiedono spesso se sono più attrice o cantante, ma è una risposta che non so dare. Sono due discipline che vanno a braccetto. Pensa a Lady Gaga: è un’attrice straordinaria e una grandissima cantante. Una cosa arricchisce l’altra.

È stata la ragazza delle cantine punk, ha lavorato con Dalla, Morandi, Zamboni. Cosa resta di quella ragazza oggi?
Resta tutto. Ho avuto il privilegio anagrafico di essere adolescente durante il punk: significava essere autonomi nel vestire, nel pensare, essere creativi. Quella libertà ti resta addosso per sempre. È un aspetto ludico che non toglie nulla alla qualità, anzi, le due cose vanno insieme.

C’è qualche artista giovane che oggi le ricorda quella libertà?
Lucio Corsi. Mi piace perché recupera un linguaggio del passato che non ha vissuto fisicamente, rielaborandolo. Questo approccio è fondamentale: capire da dove veniamo per non considerare solo il “prodotto” del momento. La musica non ha tempo, puoi riscoprire una canzone di trent’anni fa e trovarla attualissima.

Spesso oggi si vive l’effetto Sanremo: riempi i palazzetti per un anno e poi rischi di sparire. Come vede questo meccanismo?
Il mestiere dell’artista non si misura con i numeri. Se ne diventi schiavo, smetti di essere pionieristico perché cerchi solo di ripetere il successo precedente. La prerogativa di un artista deve essere la consapevolezza di non poter piacere a tutti e la voglia di spostare l’asticella sempre un po’ più in là. Oggi i talent creano un legame col personaggio più che con il prodotto artistico, ed è crudele perché quando l’attenzione si sposta su un altro, il vuoto è enorme. Ci vuole curiosità, che è la base della cultura.

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