
“A Carla” è il nuovo brano composto e interpretato da Giovanni Nuti su testo di Padre Alberto Maggi e dedicato a Carla Fracci. Il compositore e interprete, legato ad Alda Merini in un sodalizio durato 16 anni e da cui sono nati spettacoli e molte canzoni, torna con una preghiera in cui la morte si dissolve nel suo contrario, la pienezza dell’essere.
Il testo della canzone è una poesia dedicata all’étoile che Giovanni Nuti ha letto durante il suo funerale e che tratta di un tema toccante e universale: la vita oltre la vita. Giovanni Nuti ha collaborato con lei nel 2019 in occasione dell’allestimento di “Poema della croce” nella chiesa di San Marco di Milano. “Ogni verso contiene un ribaltamento evangelico e poetico insieme – racconta Giovanni Nuti – e si tratta di un testo che consola, ma non con la pietà: con la certezza della continuità”.

Quando è avvenuta la scelta di musicare il testo di Padre Maggi? In che modo le sue parole hanno catturato l’essenza del suo “matrimonio artistico” con Carla Fracci?
La scelta è nata nel momento stesso in cui ho letto il testo di Padre Alberto Maggi: non ho avvertito il desiderio di musicarlo, ma la necessità. Quelle parole custodivano la stessa luce che avevo riconosciuto in Carla nel nostro incontro artistico, un dialogo fatto di grazia, profondità e rispetto. Nel testo ho ritrovato la sua capacità di trasformare ogni gesto in un atto d’anima, la sua delicatezza fortissima, il modo in cui attraversava il dolore rendendolo bellezza. Era come se la musica fosse già nascosta fra le righe, pronta a emergere. Ho sentito che non dovevo aggiungere nulla, ma solo lasciarmi attraversare, come accadeva quando lavoravo con lei: un ascolto reciproco, silenzioso, spirituale. Per questo dico che “A Carla” non l’ho composta, ma mi è stata consegnata. Le parole di Padre Maggi erano il ponte perfetto verso la sua presenza più intima.
Nella sua esperienza personale e artistica, come crede di riuscire a trasformare un dolore universale come il lutto in un messaggio di fede gioiosa e trasformazione dell’anima?
Nella mia esperienza personale e artistica non credo che il lutto vada negato o superato, ma ascoltato. Il dolore nasce dall’amore e ne è la conseguenza più profonda. Quando riesco a trasformarlo in musica, non lo faccio per consolare, ma per dare forma a qualcosa che continua. La fede gioiosa di cui parlo non è euforia, ma fiducia: la percezione che ciò che abbiamo amato non si perda, ma si trasformi. La musica diventa allora un luogo di passaggio, in cui l’assenza si fa presenza diversa e l’anima comprende che nulla finisce davvero. In questo spazio il lutto non si dissolve, ma si trasfigura, e da ferita diventa apertura, possibilità di uno sguardo più ampio sulla vita e su ciò che la attraversa.
Lei ha collaborato sia con Alda Merini che con Carla Fracci. Esiste un filo rosso che lega queste due grandi donne?
Sì, esiste un filo rosso molto chiaro, anche se non immediatamente visibile. Alda Merini e Carla Fracci hanno abitato territori diversi dell’arte, ma lo stesso luogo dell’anima. Entrambe hanno trasformato la fragilità in forza, la disciplina in libertà, il dolore in linguaggio universale. Alda lo faceva attraverso la parola, Carla attraverso il corpo: una scriveva l’abisso, l’altra lo danzava. Ma in entrambe c’era una fedeltà assoluta a una vocazione che non ammetteva compromessi, e una capacità rara di farsi strumento di qualcosa di più grande di loro. Il filo che le unisce è l’incarnazione del sacro nell’umano: una spiritualità mai astratta, sempre vissuta, attraversata, offerta. È forse per questo che il mio lavoro con entrambe non è mai stato solo artistico, ma profondamente esistenziale.
Lei ha una carriera profondamente legata alla poesia e al cinema. Qual è il processo più sfidante o ispiratore nel prendere parole così dense di spiritualità e trasformarle in una melodia che sia emotivamente potente pur restando fedele al loro significato originale?
La sfida più grande è il silenzio iniziale. Prima ancora della melodia, c’è un tempo in cui le parole vanno ascoltate, non toccate. Quando un testo è denso di spiritualità, non chiede di essere interpretato, ma accolto. Il rischio più grande sarebbe usarlo, invece di servirlo. Il processo ispiratore nasce quando smetto di “comporre” e mi lascio guidare dal respiro del testo: dal suo ritmo interno, dalle sue pause, da ciò che non dice ma suggerisce. La melodia non deve spiegare le parole, né amplificarle emotivamente in modo artificiale, ma diventare il luogo in cui possono continuare a vivere. Cinema e poesia mi hanno insegnato che l’emozione più potente non è mai l’eccesso, ma la precisione. Quando musica e parola coincidono senza sovrapporsi, allora nasce qualcosa che resta fedele al senso originario e, allo stesso tempo, lo apre a chi ascolta.
Dopo l’omaggio a Luigi Tenco e Dalida e i lavori per le colonne sonore di film, c’è un’altra figura storica o artistica italiana a cui vorrebbe dedicare un suo futuro progetto musicale o cinematografico?
Ci sono molte figure che mi accompagnano interiormente, ma più che ai nomi sono attratto a destini artistici che hanno vissuto l’arte come necessità assoluta. Personalità che hanno attraversato il Novecento italiano pagando un prezzo per la loro libertà, restando fedeli a una voce interiore spesso scomoda e radicale. In questo senso, c’è già un lavoro che sto portando avanti e che presto prenderà luce: la messa in musica di alcuni testi di Giorgio Manganelli, grande poeta e scrittore del Novecento, primo grande amore e mentore di Alda Merini. Entrare nelle sue parole significa confrontarsi con una scrittura che unisce ironia, abisso e metafisica, e che chiede una musica capace di stare sul confine tra pensiero, visione ed emozione. Per questo o altri progetti futuri che prenderanno forma, sarà sempre con lo stesso intento: non realizzare omaggi celebrativi, ma aprire un dialogo vivo con voci che, anche attraverso il tempo, hanno ancora qualcosa di necessario da dirci oggi.
