
“Almeno per ora” è il terzo album di studio degli Elephant Brain, uscito a tre anni di distanza da “Canzoni da odiare”, il disco che ha consacrato la band perugina tra le più apprezzate della scena rock indipendente italiana. La band chiuderà il tour invernale nei club il 24 gennaio al Rock Planet di Cervia e il 27 alla Santeria Toscana di Milano.
Il cuore di “Almeno per ora” è il tempo, vissuto come tensione tra memoria e trasformazione, come quella linea sottile che separa ciò che è stato da ciò che potrebbe ancora essere. Nelle nove canzoni c’è un equilibrio tra rabbia e malinconia, in cui è stato “fondamentale trasformare l’inquietudine in energia creativa. Fare musica – raccontano gli Elephant Brain – è per noi una necessità. Non è neanche una scelta, è qualcosa di urgente, quasi inevitabile che ci aiuta ad esorcizzare, a trasformare una sensazione, anche quella più inquieta, appunto, in una forma nuova: una canzone che diventa di tutti e che ci aiuta a sentirci meno soli e meno irrisolti”.

In brani come “È solo un’altra domenica” e “Sto meglio” raccontate la quotidianità con un linguaggio diretto ma emotivo. Come riuscite a trovare poesia nelle cose più ordinarie?
Crediamo sia perché lo facciamo realmente nelle nostre vite. La musica per noi è tutto ma, al momento, abbiamo tutti e cinque dei lavori “veri” tra scuola, farmacia, università, per dirne alcuni. Dobbiamo necessariamente, come poi in realtà facciamo tutte e tutti, trovare poesia nelle cose più ordinarie. E’ in quelle cose lì che sta la vita, nella quotidianità.

“Benedici”, in collaborazione con i Voina, ha un tono più viscerale e crudo. Cosa vi ha spinti a condividere questo pezzo proprio con loro e cosa pensate che abbiano aggiunto al vostro suono?
Con i Voina ci conosciamo da anni e ci è capitato spesso di condividere il palco. Dopo una data ad Arpino (in provincia di Frosinone), in cui ci siamo ritrovati alla fine del nostro set a suonare insieme “Senza di Te” dei Gazebo Penguins, ci siamo lasciati con la promessa che avremmo fatto qualcosa insieme. Qualche tempo dopo Ivo ci ha mandato una sua idea che era già la prima strofa del pezzo, ci è piaciuta subito molto ed abbiamo iniziato a lavorarci. Abbiamo creato una chat e dopo un paio d’anni di provini e cartelle drive, lunghi periodi di latenza per rispettivi tour e lavorazione dei pezzi nuovi, mentre ragionavamo ai pezzi da inserire nel disco in uscita, abbiamo pensato potesse avere molto senso tirarlo fuori per chiuderlo e portarlo in studio di registrazione. Ora manca solo una data per trovarci con loro e suonarlo live insieme.
In “Le prime luci” e “Una casa in cui tornare” si sente un respiro quasi cinematografico. Quanto conta per voi costruire atmosfere che vadano oltre la semplice forma-canzone?
È interessante quello che dici e coglie un punto importante di questo nuovo disco che prova a fare un passo in più, in questo senso che dici, rispetto ai precedenti. Lo si vede anche nel live che è si da cantare a squarciagola ma dove trovano spazio anche atmosfere diverse.
La chiusura con “Almeno per ora / fa ancora paura” racchiude un senso di consapevolezza ma anche di fragilità. È più difficile per voi accettare il cambiamento o imparare a restare fedeli a ciò che siete stati?
Probabilmente entrambe le cose. Ma sono entrambi processi che fanno parte dell’età adulta. E va bene così.
Il vostro percorso sembra un continuo tentativo di conciliare potenza e introspezione. Se doveste riassumere in una frase cosa significa oggi per voi “fare musica come Elephant Brain”, cosa direste?
Parlando di questo disco lo abbiamo detto spesso: per noi fare musica è un modo per resistere e – speriamo – per poter aiutare a resistere. Tra momenti più energici e altri più intimi riflessivi, come è la vita di tutti noi: un’altalena dove il gioco è trovare il proprio equilibrio.
