Jack Bloom: «Tra funky e pop, la mia musica è una domanda aperta senza risposta definitiva»

“Where do you go?” è il nuovo singolo di Jack Bloom, cantautore e producer alt-pop anglo-italiano, un concentrato di nostalgia e groove, che prende ispirazione da artisti come Metronomy e Harry Styles.

La scintilla vera e propria, racconta Jack Bloom, “arriva da un riff di Juno, con un basso incalzante e degli accordi un po’ funky, un po’ jazzy. Quando l’abbiamo sentito, abbiamo subito pensato che potesse essere qualcosa di promettente. Poco dopo Elia Pistolesi, in arte Crash II, ha aggiunto una parte di batterie che ha dato ulteriore energia al pezzo e, da lì, continua il cantautore, “il brano ha iniziato a prendere forma in modo naturale”.

Nel ritornello chiedi “Where do you go?”. Tu, oggi, dove stai andando?
Onestamente, non lo so ancora. In questo momento per me è fondamentale impegnarmi al massimo in ciò che sto facendo e in questo progetto a cui tengo molto. Sto cercando di migliorarmi ogni giorno, sia dal punto di vista professionale e artistico, sia umano, anche grazie alle persone nuove che incontro lungo il percorso. Sento il bisogno, prima o poi, di fare un salto fuori da Milano e forse anche fuori dall’Italia, per capire come si vive e si crea musica altrove. Ma per ora vado passo dopo passo, concentrandomi sul presente e cercando di costruire tutte le possibilità per poter scegliere liberamente cosa fare in futuro.

In che modo Metronomy e Harry Styles hanno influenzato produzione e arrangiamento?
I Metronomy sono un ascolto molto presente per me, anche perché vengo dalla stessa zona dell’Inghilterra, il Devon. Penso che mi abbiano ispirato soprattutto in modo subconscio, nell’uso dei synth e in quella fluidità di genere che rende difficile definire se un brano sia pop, funky o indie. È un approccio che mi affascina molto e che sento vicino al mio modo di pensare la musica. Harry Styles, invece, è diventato una reference più a valle del processo produttivo: ci siamo resi conto che il brano ricordava “As It Was”, e da lì lo abbiamo inserito tra i riferimenti. In particolare, la fase di resize e rifinitura ha contribuito a spingere “Where Do You Go” verso un’atmosfera più pop, mantenendo però la sua identità.

Che immagini o atmosfere avevi in mente mentre componevi il brano?
Le immagini che vedevo erano sicuramente colorate, energetiche e veloci, proprio come il pezzo. Non a caso, nella promozione abbiamo utilizzato video animati e clip molto dinamiche e vivaci, per aiutare l’ascoltatore a entrare nell’immaginario che volevamo creare a livello musicale. Allo stesso tempo, però, immaginavo anche una sorta di nostalgia, non immediatamente decifrabile. Mi piace dare alla mia musica un leggero effetto “out of focus”, qualcosa che resta sospeso. Anche il titolo, con la domanda aperta, contribuisce a lasciare sia l’ascoltatore sia me stesso in bilico, senza una risposta definitiva.

Come convivono oggi le tue influenze e come ti distingui nella scena alt-pop italiana?
Nel corso della mia vita ho attraversato diversi periodi in cui, quasi senza rendermene conto, mi sono focalizzato su generi differenti. Da bambino sono cresciuto con gli ascolti dei miei genitori: Beatles, Radiohead, AC/DC, Queen, Michael Jackson, David Bowie. Durante l’adolescenza mi sono poi avvicinato all’elettronica e all’EDM, con artisti come Avicii e Martin Garrix, passando anche dalla scena pop internazionale dei primi anni 2010, con nomi come Ed Sheeran, Sam Smith, Disclosure, David Guetta e Calvin Harris.

E poi?
Successivamente ho esplorato sempre di più il mondo rap e hip-hop internazionale, da A$AP Rocky a Kanye West e Jay-Z, fino ad arrivare, negli ultimi anni, a un ascolto molto più libero e non discriminatorio. Oggi ascolto davvero un po’ di tutto, mi piace tanto il sound di Mac DeMarco, Parcels, Tom Misch, Jordan Rakei e Tame Impala. Come convivono tutte queste influenze nella mia musica? In realtà non lo so fino in fondo. Sono convinto che tutto ciò che ascolto finisca per sedimentarsi dentro di me e che, nel momento in cui produco o compongo, riemerga in modo naturale. Le influenze convivono così: attraverso l’istinto, senza filtri, ed è probabilmente questo che rende il mio suono quello che è.

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