
“Il cantastorie” è il primo album di Samuel Costa in cui i suoi stornelli da osteria si trasformano in nuove forme di racconto e critica sociale. Lasciandosi alle spalle un passato da rapper (Samuel Heron), ora la chitarra è lo strumento con il quale le sue storie, i suoi personaggi e le sue rocambolesche avventure. Il tutto mediante un melting pot lessicale “istintivo, imperfetto e senza tempo”.
Con questo album Samuel ha ricomposto le sue origini, tra stornelli popolari, canzone d’autore e ritmi latini, derivanti dal forte legame alla grande comunità dominicana di La Spezia dove è cresciuto.

“Il cantastorie” è il tuo primo album come Samuel Costa. Come lo descriveresti?
Istintivo, imperfetto, menefreghista e anche romanticamente insoddisfacente, personale aspetto che tendenzialmente accompagna tutte le mie opere ahah. È il mio manifesto.
Perché credi sia così importante portare avanti la tradizione delle ‘canzoni da osteria’?
Perché in Osteria si mangia e si beve bene! Alla fine è tutta una scusa per gozzovigliare senza ritegno… In un mondo così artefatto e ricolmo di sovrastrutture tornare ad una dimensione musicale più terrena e legata alla pura tradizione del far canzone in maniera artigianale, credo sia un piccolo atto rivoluzionario.
Ne “La società degli aperitivi” canti: “Ci indigniamo per la guerra ma per il calcio ci si ammazza”. Credi sia perché le persone credono che le guerre siano una realtà così lontana da non coinvolgerci?
Penso che i grandi conflitti siano in larga scala il frutto degli stessi disvalori che viviamo quotidianamente in maniera diretta sulla nostra pellaccia. Ci accoltelliamo per un parcheggio fuori dal supermercato o perché chi ho di fronte tifa un’altra squadra di calcio, come possiamo pensare di risolvere problemi ben più complessi e che sono distanti dal nostro agire? Le vere lotte sono quelle che mettono in discussione (detto alla francese) il nostro culo, sennò è marketing.
Il disco si chiude con “Picapollo”, un omaggio alla comunità dominicana di La Spezia in cui sei cresciuto. Hai mai pensato di fare un intero album di musica latina?
Mi vien più facile pensare e scrivere in spagnolo, sicuramente la fonetica fa il suo sporco lavoro. Comunque perché no, potrebbe essere un’ottima idea, sicuramente contemporanea e figlia di questi tempi. Ho sempre usato lo slang dominicano già dal lontano 2009/2010, addirittura nel 2015 con il mio gruppo dell’epoca facemmo un ritornello totalmente in spagnolo mescolando anche sonorità e ritmiche come quelle del merengue, “Bushwaka – Loco loco loco” una chicca che oggi ritrova la sua giustizia, all’epoca per il mercato fu avveniristica…
Sembra che però questo album sia solo un assaggio del nuovo Samuel. Sbaglio? Cosa arriverà dopo?
Nessuno sbaglio, per fare un parallelismo culinario, siamo solo all’antipasto!
Come mai hai deciso di abbandonare il tuo alter ego rap, Samuel Heron, e riproporti come Samuel Costa? Ci hai salutato nel 2019 con “Triste” e ora sei tornato con “Il cantastorie”, cosa c’è stato in mezzo?
In mezzo c’è stato un percorso creativo ma soprattutto un percorso di vita da fare invidia alle migliori pellicole cinematografiche. Avventure piratesche, sconfitte, silenziose battaglie, trasferimenti di città, rifiuti, fotografie, ricerche, riscoperte, delusioni, creatività, solitudini, energie…è successo di tutto e Samuel Heron sarebbe stato solo un inutile ingombro.

