
“Bouquet” è il nuovo album di Moà prodotto da Musa Factory (Musica contro le mafie), distribuito da Believe con il contributo di Nuovo Imaie. Il progetto intreccia jazz, poesia e libertà espressiva in un dialogo tra passato e presente ed è prodotto dal Maestro Massimo Moriconi, tra i più grandi contrabbassisti e produttori del jazz italiano.
Ogni brano è un fiore distinto, con un profumo, un colore e un’emozione propri, che sboccia in armonia con gli altri, raccontando stati d’animo, stagioni interiori e sfumature emotive. “Bouquet è un atto d’amore – racconta Moà – un percorso prezioso di incontri e crescita personale, un regalo per chi si ama davvero. Ho raccolto i fiori più belli che ho trovato e li ho uniti in una composizione dedicata alla vita, alla bellezza e al coraggio di resistere grazie alla forza dell’amore”.

Se dovessi scegliere il brano di “Bouquet” che rappresenta la radice dell’intero album, quale sarebbe e perché?
È “Franca Viola”. Il mio fiore preferito da sempre è il papavero, pieno di significati contrastanti tra la resistenza, che è quello che preferisco perché, in fondo, ognuno di noi resiste a qualcosa o a qualcuno. A un certo punto mi imbatto nella storia di Franca Viola e per giorni non penso ad altro. Mi divoro tutto quello che trovo: articoli di giornale, documentari. Nella mia mente è inconcepibile non aver saputo prima quanto quella ragazza di appena diciotto anni avesse resistito a violenza e dolore, combattendo un sistema malato, e che tutto ciò avesse reso libera anche me. Capisco che sta per arrivare una canzone importante, la scrivo di getto e da subito comprendo che sta nascendo un nuovo disco.
Qual è l’ambiente o il momento della giornata ideale che consiglieresti a chi si avvicina per la prima volta a questo disco?
Non so se possa esistere un momento della giornata più adatto per tutti. Di certo siamo sempre più disabituati a un vero e proprio ascolto: la musica è diventata un sottofondo per cucinare o per allenarci in palestra. Forse lo consiglierei in viaggio: dalla prima all’ultima traccia l’ascoltatore arriva in posti diversi e potrebbe essere sicuramente la dimensione perfetta.
In che modo lavorare con il maestro del jazz Massimo Moriconi ha influenzato il tuo modo di scrivere e di cantare?
L’incontro con Massimo credo sia stato uno dei più importanti della mia vita, da un punto di vista sia artistico sia umano. Un Maestro, un amico, una guida: mi ha fatta sentire all’altezza di tutto e questo ha rivoluzionato la mia consapevolezza rispetto alla mia voce e a quello che volevo trasmettere. Ho acquisito sicurezza e coraggio.
Con Music for Change hai dimostrato che la tua musica ha anche un forte peso civile. In “Bouquet”, come riesci a far convivere il racconto della rinascita personale con la responsabilità sociale?
Scrivere una canzone credo sia sempre un processo di crescita personale. Posso dire con certezza che restare indifferenti rispetto a tutto quello che accade ogni giorno è impossibile. La mia rinascita e un certo tipo di responsabilità sociale sono andate di pari passo. La storia di Franca Viola è forse il testo più impegnato di tutto il progetto, ma ne “L’Onda Sale” si parla di un mondo ormai agli sgoccioli, dove non si vedono più nemmeno le stelle; in “Canterò” dico: “Canto per un mondo che ormai sta morendo intorno a noi”. Non ho cercato nulla, ho semplicemente ascoltato quello che si muoveva tra petto e diaframma.
Molti artisti parlano di rinascita, ma nel tuo album sembra esserci una cura particolare per il dialogo tra passato e presente. Qual è la ferita del passato che questo album è riuscito finalmente a trasformare in un “fiore”?
Di ferite riempite da fiori e boccioli ce ne sono troppe. Forse quella più importante di questo disco è sbocciata non solo per me, ma per tutta la band. Stavamo perdendo entusiasmo verso quello che facevamo, invece di capire che il problema era altrove. Non sempre incontriamo guide adatte al nostro sentire e basta una sola energia negativa per far crollare in un secondo tutto quanto. Cambiare produzione ha donato un sorriso nuovo a tutti. Per me è fondamentale lavorare con chi è centrato, sereno e consapevole; altrimenti questo lavoro perde tutto il senso e la magia che può avere.
Dai palchi pop di X Factor e All Together Now alla raffinatezza del jazz d’autore. C’è un elemento in particolare della tua esperienza televisiva che hai imparato e porti sempre con te?
Dalla televisione ho imparato cosa significa essere esposti e, di conseguenza, cosa significa preparare un’esibizione nel minimo dettaglio. Può essere uno strumento grandioso se utilizzato con intelligenza e preparazione.
