Beatrice Campisi: «Viviamo in tempi bui, è nostro dovere diffondere semi di speranza e rispetto»

Beatrice Campisi - Foto di Lù Magarò
Beatrice Campisi – Foto di Lù Magarò

“L’ultima lucciola” è il nuovo progetto letterario e discografico della cantautrice siciliana Beatrice Campisi. Una raccolta di testi, in versi, accompagnati da illustrazioni di Elisabetta Campisi e arricchiti dalla registrazione di un album omonimo, ispirato alle poesie stesse.

Un percorso narrativo, fatto di testi, musiche e immagini, che cerca di aprire una finestra su sé stessi e sulle ingiustizie del mondo. Un viaggio fra brani in italiano e in dialetto siciliano tra folk-rock, pop e radici mediterranee. “La suggestione per il titolo nasce dalla lettura di un articolo di Pasolini, noto come “L’articolo delle lucciole” – ci racconta Beatrice Campisi – in cui lo scrittore mette in relazione il vuoto del potere in Italia con la scomparsa delle lucciole a causa dell’inquinamento.

Beatrice Campisi l'ultima lucciola cover album

Come sei passata da Pasolini a un progetto discografico e letterario?
Ho decontestualizzato questa metafora e ho immaginato l’ultima lucciola, che rimane a lampeggiare in mezzo allo smog, come l’ultimo filo di speranza nel buio. Una speranza incarnata dall’idea di comunità, di solidarietà e di accoglienza.

Il disco è nato in studio?
Gli arrangiamenti di molti brani sono nati in sala prove, insieme alla band. Io amo mescolare generi e suoni apparentemente lontani. Da questo punto di vista, il produttore, Alosi, ci ha aiutati a trovare un equilibrio fra tradizione e sperimentazione.

“L’ultima lucciola” ha un forte legame con la tua terra natia, la Sicilia. Ne sei consapevole?
Più che consapevole, direi una scelta istintiva. Io sono molto legata alle mie radici siciliane, al dialetto, alla memoria degli anziani, da preservare e diffondere. Tuttavia, credo che in questo disco si percepisca anche un’atmosfera più “metropolitana”, legata alla mia vita attuale, a Milano, e al mio lavoro da insegnante con corsisti che provengono da tutto il mondo.

Si avverte anche costante tra luce e ombra. È così?
Sì, è così. Già il disco precedente, dal titolo “Ombre”, puntava l’accento su questo aspetto. Penso che “L’ultima lucciola” incarni ancora di più questa opposizione: viviamo in tempi bui, di guerre cruente e fiumi d’odio fisico e verbale. Informarci è un nostro dovere ma allo stesso modo è un nostro dovere cercare di non arrenderci, di diffondere semi di speranza, di accoglienza, di ascolto e rispetto.

Se dovessi scegliere una sola canzone per presentare il disco a chi non ti conosce?
“L’ultima lucciola” è un progetto letterario e musicale, pensato per far in modo che il lettore/ascoltatore si immerga in un viaggio, fatto di poesie, illustrazioni (di Elisabetta Campisi) e canzoni. C’è un filo conduttore che attraversa temi sociali e storici e arriva a sfiorare universi più intimi e personali. Ci sono brani in italiano e in siciliano, con un impasto sonoro che si muove tra folk-rock, pop e radici mediterranee. Per tutti questi motivi, penso che una sola canzone non basti a rappresentare questo lavoro. Credo che la musica, esattamente come la personalità di ciascuno di noi, complessa e sfaccettata, abbia bisogno di tempo, ascolto e ricerca continua per essere interiorizzata.

E cosa vorresti lasciare al pubblico che ascolta le tue canzoni dal vivo?
Al termine di un mio concerto, spero che il pubblico si porti via la sensazione che si possa ancora creare una connessione profonda fra le persone.

Beatrice Campisi - Foto di Danilo Sama
Beatrice Campisi – Foto di Danilo Sama

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