Scena Unita: la legge di Bilancio non prevede coperture per l’indennità di discontinuità

Scena Unita

Come ogni anno si apre la stagione del Teatro alla Scala di Milano, uno dei templi della cultura italiana. Anche quest’anno le istituzioni sfileranno in occasione della prima, fra di loro saranno presenti alcuni esponenti del Governo, gli stessi che non sembrano essersi accorti della mancanza all’interno del Disegno di Legge di Bilancio delle coperture per finanziare una misura indispensabile per il settore dello spettacolo e degli eventi: l’indennità di discontinuità. Nonostante l’impegno dichiarato al question time dal ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano di integrare e aumentare la consistenza finanziaria dell’indennità di discontinuità per i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo, non un solo euro è stato destinato a questa importantissima misura, che con le adeguate coperture sarebbe stata introdotta già dal 2023. 

Nel 2021 è iniziato l’iter parlamentare per l’approvazione di nuove norme per il welfare dei lavoratori e delle lavoratrici del settore che ha coinvolto naturalmente anche il Governo, giungendo il 15 luglio del 2022 all’approvazione della legge con la quale il Parlamento delega il Governo, tra l’altro, ad istituire l’indennità di discontinuità, quale indennità strutturale e permanente, in favore dei lavoratori e delle lavoratrici del settore. Dal 15 luglio del 2022, dunque, la legge riconosce il diritto all’indennità di discontinuità che, per essere esigibile dal 2023, deve però essere finanziato dal Governo con legge di Bilancio che è stata depositata in questi giorni in Parlamento e della quale è iniziato l’iter di approvazione. Nel Disegno di Legge di Bilancio, tuttavia, non sono state stanziate dal Governo le risorse finanziarie promesse e perciò attese.

L’obiettivo di questa misura è quello di riconoscere la specifica natura “discontinua” delle professioni creative andando a colmare quei momenti ritenuti a torto di non lavoro tra una performance e l’altra. L’indennità di discontinuità riconosce infatti il tempo di “non attività” come tempo di “lavoro preparatorio, formazione e studio” connaturato e indispensabile a chi svolge un lavoro delle arti performative, sanando le fragilità del lavoro nel settore. Una integrazione continuativa al reddito che non solo riconosce il lavoro svolto dietro le quinte, ma che con il lavoro si autoalimenta, portando alla maturazione di contributi effettivi e mirando a promuovere e far crescere i professionisti dello spettacolo in un regime di sicurezza e legalità. 

L’approvazione della Legge Delega sullo Spettacolo, che conteneva tra le misure l’indennità di discontinuità, è stata una conquista storica per il settore, il riconoscimento da parte del Parlamento dell’insufficienza delle misure di protezione sociale per i lavoratori e le lavoratrici, insufficienza che è deflagrata durante la pandemia. Una misura che portava l’Italia finalmente ad avvicinarsi agli standard europei. Il fatto che la sua introduzione sia messa in discussione rischia di portare il mondo dello spettacolo ancora più indietro di quanto fosse prima della pandemia. Oltre ad allontanare la possibilità che ex-lavoratori e ex lavoratrici dello spettacolo tornino a compiere il loro lavoro, limita anche l’ingresso di nuove professionalità, di certo non attratte da un settore segnato da continue chiusure e che da anni è descritto come senza tutele, senza certezze e senza riconoscimento. Il dato oggettivo è che lavoratori e lavoratrici, senza certezze e senza tutele, si sono spostati in altri ambiti di lavoro dove ci sono maggiori protezioni sociali e, soprattutto, continuità di lavoro.

Mentre la politica prepara il vestito buono per assistere a uno degli eventi culturali più prestigiosi, sarebbe il caso che si ricordasse che quell’evento è reso possibile dalle stesse maestranze tecniche e artistiche di cui si sono dimenticati mentre scrivevano la legge di bilancio. Personale iper specializzato, qualificato, che con le proprie competenze definisce il prestigio della nostra cultura, di quel “made in Italy” di cui tanto sentiamo parlare da parte del Governo da poco insediatosi e che alla prova dei fatti scopriamo non essere minimamente considerato. 

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